Studi sulla condivisione dei file

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Studi sul filesharing

  • Un nuovo studio ordinato dalla Commissione europea conferma ciò che molti considerano come un'evidenza: gli utenti d'Internet non vogliono pagare per i contenuti. Punto. Nulla farà loro cambiare parere. La relazione evidenzia, in contraddizione totale con ciò che l'industria dei contenuti tenta di fare credere da anni, che questo nuovo comportamento da parte dei consumatori non ha alcuna relazione con il peer to peer e l'avvento di sistemi che permettono di scaricare ogni tipo di contenuto. In pratica, molti degli interpellati affermano che, anche se non ci fosse più un nessun mezzo per procurarsi questi contenuti gratuitamente, non pagherebbero per ottenerli in Rete.
  • Una società di ricerca pubblica uno studio nel quale si stabilisce che gli utenti di reti P2P (Vuze) sono per Hollywood i migliori consumatori.
  • Questa nota di sintesi realizzata da Môle armoricain de Recherche sur la Société de l'Information et les Usages d'Internet (M@RSOUIN) presenta i principali risultati di un'indagine sul consumo di video (più ampiamente sul consumo di contenuti audiovisivi) su Internet. In particolare qui si riferisce ad una visione statistica del consumo di video in Rete.
  • Una nuova relazione (2009), commissionata dal governo olandese, sulle conseguenze economiche e culturali della condivisione di file delle industrie della musica, del cinema e del videogioco, conclude che la condivisione illegale ha un effetto globale positivo sulla buona salute dell'economia.
  • Questo studio del 2007, commissionato dal governo canadese, dimostra che gli utenti che utilizzano software peer-to-peer comprano più musica di quelli che non condividono.
  • Quest'articolo di news.com spiega che, sotto l'influenza delle reti peer-to-peer, sarebbe già percettibile un riequilibrio tra piccoli e grandi produttori discografici.
  • Questa tendenza sembra essere confermata da [uno studio del 2004 di D.Blackburn, ricercatore di Harvard "On-line piracy and Recorded Music Sales". Questo studio, benché non tenga conto della ripresa delle vendite di CD negli USA per l'anno 2004 (in seguito ad un leggero ribasso dei prezzi di vendita), è molto preciso sulla dinamica delle vendite di CD. Una tabella a pagina 32 è assai chiara sul fatto che il 75% degli artisti non sarebbero assolutamente danneggiati dalla condivisione, e che solo il 25%, coloro che hanno maggiori vendite, ne soffrirebbero.
  • Inoltre un recente studio realizzato congiuntamente dalla UFC e da un laboratorio di ricerca dell'università Parigi XI, su "Le pratiche di copia dei francesi", presenta risultati dettagliati che suggeriscono un impatto pressoché nullo della copia in relazione ai comportamenti d'acquisto.
  • Tali risultati sembrano confermare questo studio del 2004 della Harvard Business School, "The effect of file sharing on record sales - An empirical analysis" , che fu allora tuttavia criticato, poiché non comparava altro che lo scaricamento di un CD durante una data settimana alle vendite di quel CD in quella stessa settimana. Altri studi sono più pessimisti: quello del 2003 effettuato dalla FNAC (qualcuno ha un link allo studio?), basata su interviste con numerosi attori del settore della musica, mostra che sul 15% di calo del mercato francese nel 2003, il peer-to-peer è responsabile soltanto di un ribasso da 2 a 3 punti.
  • La tesi economica di Éric Boorstin, dell'università di Princeton, "Music Sales in the Age of File Sharing" spinge molto lontano il dettaglio dell'analisi econometrica. Essa conclude che il p2p avrebbe un impatto negativo sugli acquisti di CD da parte dei più giovani, ma un impatto positivo sugli acquisti dei più anziani, e che i due effetti accumulati darebbero un effetto neutrale, se non positivo. E.Boorstin, inoltre, presenta nei dettagli le numerose cifre delle vendite di dischi (interessante vedere il raddoppio del fatturato tra il 1983 ed il 1993 ad esempio, come pure i cicli di vita dei vari supporti) ed enuncia le diverse cause che potrebbero essere all'origine dei ribassi delle vendite di CD constatate recentemente: fine vita del supporto CD, ultime cassette audio vendute, nuovi costumi sociali, scelte artistiche delle major sempre meno rischiose, ecc.
  • Una relazione dell'OCSE del novembre 2005, "Contenus numériques haut débit: la musique", elabora un panorama molto completo e quantificativo sulla cronistoria del settore musicale, l'evoluzione dei suoi modelli economici, Internet e del peer-to-peer.
  • "In ogni caso, la condivisione di musica in P2P non conduce tutti gli utenti a sostituire sistematicamente questo tipo d'acquisizione ai modi tradizionali di consumo. Di conseguenza è difficile stabilire "il costo della condivisione illegale dei file". Questa difficoltà è riflessa nei risultati degli studi sulla questione e nelle critiche metodologiche di cui sono stati oggetto questi studi (deboli tassi di risposta, difetti di concezione degli studi, problemi di definizione dei modelli per i lavori empirici, ecc.). Alcuni studi dimostrano che la condivisione non autorizzata di file ha un effetto negativo sulla vendita della musica, ma altri dimostrano che ha un effetto positivo; altri ancora concludono che ha un impatto nullo. [139?] Secondo alcuni, gli utenti, sostituendo lo scaricamento all'acquisto legale, fanno ridurre le vendite, ma altri avanzano l'ipotesi che la condivisione dei file permette di scoprire alcune musiche prima di comprarle. La maggior parte degli studi confermano che questi due fenomeni operano allo stesso tempo - secondo gli utenti: la condivisione non autorizzata di file conduce alcuni ad aumentare il loro consumo ed altri a ridurlo."
    • Imperniata soprattutto sulla misura del numero di utenti del p2p, nei suoi vari paesi, come pure su altre misure puramente fattuali (numero di utenti che condividono, evoluzione di questo numero, ecc.), questo studio dell'OCSE "Peer to Peer Networks in OECD Countries" sembra abbastanza oggettivo. Benché resti neutro sull'impatto che avrebbe il p2p sulla "crisi" dell'industria discografica, mette in luce molte applicazioni commerciali rese possibili da queste tecnologie.
    • In merito al rapporto fra gli artisti (infine coloro che non sono manipolati dal loro produttore) e le tecnologie dell'informazione, uno studio di Pew Internet and American Life Project, intitolato "Artists, Musicians, and the Internet", dimostra che su 2755 artisti interrogati, il 3% pensa che "Internet renderebbe difficile proteggere la loro arte contro la pirateria o l'utilizzo non autorizzato", contro il 79% che pensa che non avrebbe alcun effetto (vedere p.24 dello studio). Sembrano in compenso essere numerosi a vedere la distribuzione attraverso Internet come una fonte supplementare di opportunità, di promozione o di retribuzione.
    • Infine, allo scopo di prendere un po' di memoria storica rispetto ai singhiozzi degli industriali discografici, un lavoro notevole di Marc Bourreau (economista, relatore alla ENST, Dipartimento EGSH/Dipartimento di Economia e CREST-LEI) e Benjamin Labarthe-Piol, "Il peer to peer e la crisi dell'industria discografica: una prospettiva storica" dimostra che dalla sua creazione, l'industria discografica ha numerose volte urlato che "XXXXX ucciderà l'industria del disco" (sostituire"XXXXX" con "il piano mécanique", "la musica alla radio", "la cassetta audio", ecc.). Lo studio spiega che se l'industria non è mai scomparsa è perché giunti ad un certo punto ha sempre finito per adattarsi alle innovazioni tecnologiche.

    Trad. italiana Luigi Di Liberto (Movimento ScambioEtico)